CAPITOLO 2

 

Quel pomeriggio, d’inizio inverno, era luminosissimo e sentì la voglia di stare fuori, di prendere aria, di respirare il profumo della sua Palermo che sapeva di marzapane.

Decise che sarebbe andata a fare acquisti, per distrarsi da quel brivido che percorreva le fibre del suo essere. Doveva confessarselo, le mancava Santi. Terribilmente. Tornare a casa sapendo che lui non sarebbe stato lì ad aspettarla, magari incavolato perché non riusciva a trovare qualcosa che non era doveva l’aveva lasciata, era incredibilmente difficile. Fare due passi avrebbe rimandato per un po’ quella sensazione di vuoto che sentiva dentro ogni volta che varcava la soglia di casa.

Camminava lentamente sul marciapiede destro della strada e si gustava i bagliori delle vetrine. Non aveva voglia di comprare, ma di guardare, di estraniarsi da sé, di non pensare. Si era fermata davanti ad un fioraio, che mostrava i suoi bei fiori colorati, in grandi vasi di rame, posti sotto un enorme ombrellone verde. Non sapeva cosa scegliere. Tante rose, tutte a gambo lunghissimo, tutti boccioli semischiusi, profumatissimi. Un turbinio di colori esaltati dalla luce rossastra del tramonto. Li guardava e non sapeva decidersi, voleva portarli a casa e metterli nel vaso verde che c’era all’ingresso. Avrebbero dato un colpo di luce e di colore, una sorta di benvenuto gioioso per cancellare ogni tristezza.

Un braccio si allungò davanti a lei e tolse una rosa da uno dei vasi, scuotendola per districare le foglie dalle altre. Era una rosa color carminio, che sembrava gonfia tanto era carica di colore.

“Permette, questa è perfetta per il suo incarnato dorato e la sua capigliatura bruna. ” Era un giovane uomo molto alto e Miriam dovette alzare la testa per guardarlo. Sfoggiava un sorriso dolcissimo e uno sguardo magnetico di un verde trasparente, inumano. Due pozze di colore in cui Miriam si sentì precipitare. Miriam afferrò la rosa che le porgeva e la portò al naso, istintivamente.

“Grazie.” fu l’unica cosa che riuscì a dire. Quegli occhi sorridenti la ipnotizzavano.

Non sapeva bene come fosse accaduto, ma si trovò seduta al tavolo di un bar dai divanetti stile liberty di pelle verde, il tavolino basso rotondo in legno di noce con un vasetto di fiori gialli e un cappuccino fumante che emanava il suo inebriante profumo era proprio davanti a lei. Non riusciva a ricordare come fosse finita lì, o meglio sapeva di aver accettato l’invito di quell’ uomo che diceva di chiamarsi Aaron e l’aveva guidata tenendola per il braccio fino a là. Il resto era una serie confusa d’avvenimenti.

Lei, così restia a queste cose, si trovava seduta in un bar a parlare con un perfetto sconosciuto davanti ad un cappuccino, questo la disorientava e la faceva sentire instabile, incapace di concentrarsi. Si sentiva inebriata più che spaventata, ma in realtà doveva esserlo almeno un  poco.

Erano seduti l’uno di fronte all’ altra. Lui su una poltroncina imbottita e con i manici in legno, lei sprofondata tra le pieghe morbide del divanetto. Lei lo guardava, senza neanche riuscire a prendere in mano la tazza del cappuccino, gli guardava il viso, le mani che eseguivano gesti armoniosi e i denti perfetti tra le labbra molto sexy. Non riusciva a controllare neanche un pensiero, non voleva controllarlo, voleva stare lì.

Aaron parlava di sé, di come fosse giunto lì, a Palermo per lavoro, era un ingegnere. Le parlava della sua famiglia perduta, del suo paese dell’America del nord, della morte dei suoi genitori, oriundi italiani, del fatto che fosse solo al mondo.

Miriam lo ascoltava in silenzio, rapita da quella voce morbida e piena che l’avvolgeva come un asciugamano caldo dopo la doccia fredda. Beveva le sue parole e si sentì empaticamente legata alla lieve sofferenza, al senso di solitudine che si coglieva nel suo racconto. Provò tenerezza per lui, le venne voglia di togliere quella emozione dal cuore di quell’ uomo bellissimo e sconosciuto. Studiava rapita e curiosa le sue fattezze da attore del cinema muto. I capelli neri tirati a lucido con il gel e le onde luminose che si formavano sulla chioma piatta, indice di capelli in origine ricci. Gli occhi di un verde strano, trasparente e liquido, senza sfumature, due macchie di trasparenti, brillanti, intese. Quei due laghetti di montagna era schermati e resi più trasparenti da ciglia lunghissime e sopracciglia folte e nere. Naso dritto, perfetto; pelle diafana, trasparente. Si vedevano tutti i percorsi venosi. La barba rasata di fresco si intravedeva appena sotto la pelle. La bocca, poi, era un capolavoro di perfezione: piena, perfetta, straripante, vergognosamente da mordere. Miriam cercò di controllarsi, ma non ci riuscì, avrebbe proprio voluto premerle tra le sue labbra, morderle dolcemente, magari mentre lui era su di lei…Fermati Miriam! Si impose quasi urlando, ma i pensieri e il suo corpo seguivano un percorso e lei non riusciva a guidare, ma si sentiva trascinare. I pensieri correvano veloci e lei li seguiva con il fiato che diventava sempre più rapido. Lo stava squadrando, se ne rendeva conto, ma non riusciva a smettere. Annuiva e vedeva i suoi occhi sorridere. Il corpo era così ben fatto da sembrare finto. Le venne in mente il discobolo. Accidenti!! Non poteva pensarlo nudo, come un discobolo, quei pensieri erano grovigli pericolosi, doveva uscirne fuori e subito. Si concentrò sulla voce calda, morbida e impastata come dopo che si è fatto l’amore…Alt! Scosse la testa per svegliarsi da quelle elucubrazioni imbarazzanti perché lui si era fermato e la guardava con uno sguardo malizioso. Oddio aveva letto nella sua testa, sapeva cosa stava pensando. Miriam si alzò a sedere più eretta sul divano e prese il cappuccino, portandolo alla bocca per dissimulare il suo sguardo.

Aaron le sorrideva, con la schiena appoggiata alla poltrona, le gambe accavallate e quello sguardo che infuocava la mente di Miriam. L’abito nero e la maglietta aderente, anch’essa nera, acuivano il senso doloroso della sua perfezione. Aveva la sensazione d’essere come narcotizzata, come dire in balia di quell’uomo, ma non provava paura, anzi si sentiva serena era come se una mano benefica passasse sulla sua anima e la rallegrasse, la coccolasse.

Lui si sporse verso di lei e con un tovagliolo le asciugò le labbra.”

Hai un poco di latte sulle labbra. Ti aiuto.” Il cuore di Miriam incominciò a tamburellare un ritmo forsennato. Il contatto delle sue dita sulle labbra le procurò un dolore intenso alla schiena, un colpo di frusta adrenalinico. Come poteva farle quell’effetto? Non si riconosceva più. L’unica cosa che desiderava era stare lì con quello sconosciuto. Voleva che diventasse conosciuto nel senso più intimo che solo la Bibbia può immaginare. L’affascinava e le faceva balenare in mente pensieri incontrollabili che la stupivano, ma che in ogni caso faceva fatica a riconoscere come suoi.

Erano stati seduti in quel bar per quattro lunghe ore, consumando montagne di dolcetti e bevendo di tutto, o almeno lei lo aveva fatto. Lui si era limitato a bere acqua e una tisana che aveva fatto lui utilizzando una bustina che aveva tirato fuori da una tasca, non aveva toccato cibo. Era stato simpatico e galante a tratti divertente e per niente noioso. L’aveva fatta ridere e non aveva avvertito il tempo passare. Avevano parlato di un mucchio di cose, soprattutto di ciò che piaceva loro e avevano trovato tantissime cose in comune. Le chiese il permesso di riaccompagnarla a casa e Miriam dimenticò perfino di avere lo scooter al posteggio. Quando se lo ricordò, vicino casa, vedendo la porta del garage dove lo riponeva per la notte, lui si offrì di venire a prenderla l’indomani mattina e di portarla a lavoro e di recuperare lo scooter quando avesse terminato.

Non si arrabbiò per la sua sbadataggine, anzi, rise dicendo che gli piaceva l’effetto che faceva su di lei e che si sentiva lusingato di essere la causa della sua confusione mentale. La colpa era sua e lui avrebbe rimediato facendole da cavalier servente per il resto della sua vita.

Miriam era perplessa, sgomenta dalla sua espansività e dalla sua esuberanza, sembrava come se si conoscessero da secoli, come se lui fosse parte della sua vita da sempre. Era così che ci si sentiva davanti alla propria anima gemella se questa esisteva veramente?

Si scambiarono i numeri di cellulare e lui le sfiorò la guancia con un bacio dolcissimo e andò via sulla sua jeep sorridendo.

Si videro ogni giorno per un mese e Aaron aveva sempre qualcosa da donarle o da farle fare di divertente o romantico che la lasciava senza fiato. Era sconvolgente e discreto. Fu lei a baciarlo per prima e a chiedergli di salire a casa sua. Mai successo prima!! Aveva sempre dovuto proteggersi dagli assalti dei suoi accompagnatori.

Poi, invece fu lui ad andare velocissimo, bruciò tutte le tappe. Volle conoscere i suoi genitori che vivevano a Roma e le offrì un fine settimana divertentissimo. Sua madre lo adorò e suo padre disse che era in gamba. Volle conoscere i suoi amici e colleghi e Ketty, la sua migliore amica.

Le portò in dono un bellissimo portacipria in argento antico con un biglietto in cui diceva: “Alla migliore amica della donna più dolce e amorevole che abbia mai incontrato”. Infine le chiese di convivere e si trasferì da lei. Tutto in un paio di settimane. I quindici giorni più intensi e sconvolgenti della sua vita che andava veloce come un accelerato. Non viveva, esagerava! Si sentiva un po’ sbronza, come quando da bambina girava su se stessa senza fermarsi fino a che il mondo non le roteava velocemente tutt’intorno.

Fu un turbinio d’eventi che lasciarono Miriam a bocca aperta a domandarsi che stesse succedendo e come fosse giunta fino a quel punto. Quell’uomo aveva la capacità sconvolgente di prevenire ogni suo pensiero o desiderio. Sembrava sapesse già ciò che neanche lei aveva ancora chiaramente formulato come pensiero comprensibile. Metteva ordine nella sua testa e nella sua vita, la circondava d’attenzioni e la spingeva in leggerezza a compiere scelte che prima le avrebbero portato via un numero incomprensibilmente enorme di valutazioni e ripensamenti.

Con Aaron tutto andava veloce e liscio come l’olio come se seguisse un filo logico, una trama stabilita, una sinfonia ben orchestrata. Si sentiva parte di un piano, di un programma. Oddio, non sapeva bene, ma era piacevolmente rassicurante e seducente. Sentiva la leggerezza di quella relazione e non poteva che rallegrarsene. Non si annoiava mai, questo era un dato di fatto, strapiacevole e non sapeva mai cosa sarebbe successo subito dopo. Aaron era sempre pronto a stupirla, a confonderla, a riempirla di sé.

Vivevano insieme da una quindicina di giorni, i più entusiasmanti e fantasiosi che avesse mai trascorso. Le sembrava di essere una ragazzina accanto a lui. La coccolava e la faceva sentire tranquilla. Era protettivo e pensava solo a renderla felice. Ogni cosa di cui parlava con lei, anche la più importante, assumeva le caratteristiche di una sciocchezzuola che le riferiva con noncuranza, donando levità anche a situazioni o decisioni davvero pesanti.

Una sera erano stravaccati sul divano, uno dentro l’altra a guardare uno stupido film su astronavi e misteriosi alieni che sembrava rendere ilare Aaron, che non la smetteva di dire: “Scemenze!”

Con una voce dolce e vellutata si rivolse a lei.

“Piccolina ” le disse mentre si attorcigliava una ciocca dei suoi capelli intorno al dito dalla pelle trasparente “vorrei che smettessi di prendere quelle pillole anticoncezionali, sono pericolose e innaturali. Preferirei usare dei sistemi più naturali e meno nocivi per te. Se poi dovesse capitare un piccolino, grazioso e dolce come te lo amerei con tutto me stesso. –

Miriam lo guardò sconvolta. Ma che stava dicendo? Di che cavolo stavano parlando? Non stavano guardando quello stupido film che piaceva solo a lui?Aveva iniziato un discorso così impegnativo, mentre lei sbocconcellava dei pop corn?Non era abituata a queste cose. Con Santi, quando si doveva discutere di qualcosa d’importante, bisognava sedersi a tavolino e pensare solo a quello. “Concentrarsi!”- diceva lui.

Aaron invece parlava di pillola anticoncezionale, di figli e roba del genere, indigesta, spaparacchiato sul divano mentre vedevano un film assurdo?

Un figlio, ma se si conoscevano solo da…da quanto? Un mese? No, no. Due mesi.

Un figlio! Non era nei suoi programmi. Non ci aveva pensato.

La voce di Aaron, piatta e serena arrivò alle sue orecchie come passando attraverso uno spesso tappeto, districandosi tra i pensieri e le domande che si accavallavano.

“Starò attento. Tranquilla. Niente bambini finché non vorrai. Sono decisioni che si prendono in due e io non ti obbligherei mai a sobbarcarti scelte non tue.” Le accarezzava il viso e la guardava negli occhi. Si rilassò. Non poteva mentire. Era così sicuro di sé e leale. D’altronde si preoccupava per lei, per la sua salute. Com’era dolce e premuroso.

Adesso riusciva a pensare solo a questo, tutti i pensieri cattivi erano andati via, come lavati da una spugna. Era bello fidarsi di Aaron, era giusto affidarsi a lui. La faceva sentire bene fidarsi di lui, abbandonarsi, cancellare i limiti e sentirsi come portata dalla corrente sapendo che lui la guidava e non le avrebbe mai permesso di finire alla deriva. I suoi occhi magnetici sembravano ripeterglielo con mille sfumature diverse e lei sentiva che quella era l’unica cosa giusta da fare. Lasciarsi andare a lui, cadere nelle sue mani senza paura.

Fidati, fidati, fidati, fidati… solo queste parole sentiva roteare liquide e morbide nella sua mente e diventare l’unica cosa importante.

Smise di prendere la pillola e lui fu attentissimo. Fin troppo. La esasperò.

Quante volte si ritrovò a pensare:

“Forse non succederebbe niente per questa volta, se anche…” e invece lui era inesorabile.

Quante situazioni romantiche creò per loro, tante, sempre diverse, da soap opera. Era così che si sentiva, una di quelle donne innamorate con uomini innamorati che le trattano da regina, da centro del mondo.

Quando raccontava a Ketty, quello che lui le organizzava, lei rideva e le diceva sempre: “Ma dai! Ma dì, hai inventato tutto? Di quale telenovela parli? Non esistono uomini così. Stai attenta alla fine si trasforma in un enorme biscione e ti usa come cibo! ”

Quanto ridevano, si sbellicavano e ogni volta Ketty si inventava un mostro diverso e una fine atroce sempre più terribile.

Invece Aaron era vero, reale, dolce, perfetto ed era suo. Aveva sempre voglia di lui ed era tutto tranne che un mostro. La mangiava certo, ma non come immaginava Ketty.

Quella sera, l’aveva portata al mare, sotto il cielo stellato. Le aveva letto Baudelaire, aveva acceso il fuoco e aveva organizzato una cenetta alla francese con tanto di champagne in coppe di cristallo (ma dove le aveva prese? Lei non aveva coppe di cristallo a casa). L’aveva corteggiata tutto il giorno, galante, stuzzicante, eccitante. L’aveva portata lì e aveva messo sul telefonino un pezzo di musica jazz struggente da far intenerire anche un blocco di granito e ora si concedeva a lei, finalmente!

Fu sua la colpa, fu lei a tenerlo in sé, a non farlo andare via da lei.-

“Sei tu a volerlo, sai quello che potrebbe accadere” le disse accarezzandole la fronte.

Certo, che lo sapeva, ma non le importava, una voce dentro il suo cervello le ripeteva persuasiva: non preoccuparti, non preoccuparti….

Annuì inebetita e lo tenne in sé.

 

Parla con me

Ed ecco Aaron! Un tipico personaggio da romanzo rosa! Bello, di una bellezza unica e conturbante. Romantico… l’uomo dei sogni…e se avesse ragione Ketty…continua a leggere mancano solo 7 giorni al prossimo sabato.

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