La domenica vestiti di rosso di Silvana Grasso

Passione lettura

La domenica vestiti di rosso di SIlvana Grasso

Titolo: La domenica vestiti di rosso

Autrice: Silvana Grasso

Editore: Marsilio

Genere: Romanzo

Pagine: 188

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 Ho acquistato questo libro con tanta voglia di leggerlo, tanto è vero che sono corsa a comprare un ebook perché avrei perso troppo tempo aspettando di poter andare in libreria. Sapevo cosa aspettarmi, perché conosco l’autrice, la sua scrittura affascinante, colta, alta e il suo modo di narrare mi hanno sempre fatto imparare qualcosa come narratrice. La verità è che non leggo solo per divertirmi, ma per apprendere dagli scrittori come si scrive un libro che emozioni, sazi la voglia di sapere, coccoli il bisogno di bella scrittura.

Così sapevo che con Silvana Grasso non sarei rimasta delusa, come succede per molti altri scrittori e scrittrici che prediligo.

Di Silvana Grasso amo la parola carica di significato, forte di tanto sapere, densa di forza evocatrice, incantatrice.

Questo cercavo, come sempre, dritte per migliorare la mia scrittura, per ispessire il mio mondo di parole e in questo Silvana Grasso ti accontenta, ti spinge con forza, ti urta quasi, infilandosi con veemenza nel mondo del narrato. La sua prosa densa, straboccante, da masticare, ha però il potere di scivolare via e di narrare, di dire oltre le parole, oltre il narrato. La maestria nell’uso della parola perché dica ciò che va detto come una danza ben organizzata e controllata.

 

Ne avevo idealizzato, mistificato, viso occhi corpo e cuore, proprio perché, insaziata sempre, affamata sempre, era rimasta la fantasia di lei, seppure io ne negassi costantemente, anche con me stessa, la sua mancanza.

 Ho gustato l’uso degli aggettivi, così personale e destabilizzante, ma così capace di farti intendere perfettamente il senso percepibile di ciò che la realtà può essere e di come può venire narrata.

Basta una parola o una serie senza virgole di aggettivi, a descrive, ma anche a narrare un’emozione, un sentimento, uno stato emotivo.

sebbene fosse un caldo tramonto di maggio e già l’aria intronava di ciliegie.

 … se ne andò con il sole che le sparava in fronte il suo catarro di fiamme.

 Era già luglio, un sole caldissimo tostava persino l’intonaco.

 … si sentì appena un filino della sua voce dire che ero bellissima, una bambola una madonnina una rosa di maggio.

Mi sono tuffata nei suoi quadri densi di dettagli e mi sono meravigliata, imbevendomi della magia delle parole, della loro portata evocativa che trasforma gli ambienti in quadri d’autore.

Il tramonto lunghissimo, scandito da singhiozzi di luce che smorzavano tono di un attimo in attimo, fino a svanire in un cielo albino che pigramente sconfinava già nella cecità della notte.

 Era ormai ora di cena anche se il tramonto benediceva ancora di luce porporina la piccola conca di terra dove c’era la nostra casa, a piano terreno, e dietro la casa un gomitolo d’orto, profumato di pomodori rossi, ognuno di mezzo chilo.

 Tipico della sua scrittura, che mi piace moltissimo, è l’uso sapiente dei sicilianismi che incorpora in una prosa elegante, erudita e li rende preziosi, eleganti, importanti per rendere succosa la narrazione.

Mi rivoltava le mie viscere per ore, mi sbattuliava come una tempesta di mare, spariva riconsegnandomi alla bonaccia.

  La prima parte del racconto è avvolta in una nuvola di mistero, di incantesimo e i personaggi sono enormi, immensi, tratti in nero su una superficie beige di carta Washi.

T’ innamori subito di lei, la bambina che nessuno vuole, con le sue dodici dita nei piedini morbidi, “l’insolito mazzolino”, ti intenerisci  per la sua ingenuità, la sua corazza spessa contro la mancanza d’amore, il suo modo fantastico di vedere le cose, abbellendole di particolari infantili che ingentiliscono perfino l’orrido, non diminuendone la portata drammatica e la ferocia, ma al contrario, rendendo ancora più atroce ciò che descrivono in modo così bambinesco e disincantato.

Ti intristisci per la sua sofferenza solo narrata attraverso gli eventi, il senso di solitudine e di vuoto che l’abbandono le scava nelle viscere dell’anima.

Quel suo modo meravigliato di guardare le cose, di vivere la realtà, di percepire il reale, il disincanto che diventa consapevolezza feroce della sua incapacità di amare veramente.

Alcuni personaggi sono davvero commoventi nella loro bellezza garbata e generosa come la zia Annina, “grassissima ed erniata” che si prende cura della bambina che nessuno vuole, la ama e la protegge, facendo sacrifici enormi per lei, come il voto di non mangiare dolci per un anno intero.

Natalina “cruda di cervello”, ma che al momento giusto sa prendersi cura della cugina, come aveva fatto la madre, dimostrando capacità impensate. Una donna enorme, che sparisce dietro eleganti lenzuola di lino e difende il suo diritto di essere “la terza madre”.

Per questi personaggi la protagonista mostra tenerezza, ma non affetto, non amore di cui non è capace.

La sua rivincita sulla vita, che l’ha rifiutata, è la sua bellezza altera, spavalda, conquistatrice, riconosciuta come strumento di controllo e di rivalsa sul mondo di uomini che sono il surrogato del padre che l’ha abbandonata, respinta alla nascita.

Una serial killer che colpisce con la sua avvenenza gli uomini, li usa, se ne serve per il suo scopo che è quello di sedurre, legare a sé, far dipendere, dominare, usare per poi rilegarli lontano da sé, un vendicarsi ogni volta di quel padre che non ha saputo dare amore e l’ha resa sterile ad ogni sentimento.

Una bellezza fisica straordinaria e spudorata che ha come contraltare un cervello brillante, una capacità di imparare e una voracità nell’apprendere ciò che per gli altri è ostico. La sua intelligenza è lo strumento di rivalsa contro le figure femminili che l’hanno derisa, presa in giro, umiliata per la sua diversità. Un altro strumento di vendetta verso il mondo, che non si preoccupa di usare, di sbandierare per compiere la sua vendetta.

La ragazza bellissima e intelligentissima, fuori dal comune con le sue dodici dita dei piedi, è alla ricerca della meraviglia “l’antidoto, l’unico efficace, contro quell’infezione della logica comune diffusa ovunque come streptococchi…”. Questa sua ricerca diventa ossessiva, una compulsione come il desiderio di vendetta, rendendola aggressiva e facendole perdere molta di quell’aurea gentile e delicata che l’avvolgeva.

Nella seconda parte del romanzo con l’ingresso di personaggi come l’assistente di teatro, o il chirurgo e infine il Professore, il romanzo si incupisce, si colora di un rosso cupo e opprimente, diventa pesante come un tendaggio, ossessionato e, anche se il piano della protagonista sembra funzionare, in realtà la sua infelicità diventa soffocante, asfittica. La storia prende una piega dolente e misera, un poco artefatta, troppo chiusa dentro le mura del palazzo della pazzia.

La conclusione, invece, ti sorprende e ti trae fuori dalla visione onirica, dall’incubo in cui si è caduti.

Nella figura della protagonista non si può che scorgere la scrittrice, bella, fulva, cazzuta, sagace, scrittrice, amante delle belle lettere, con i suoi temi preferiti e la sua idea di romanzo capace di liberare dalle logiche comuni perché in esso

Conta solo l’Uomo, ma soprattutto i suoi grumi contano, quelli impossibili da sciogliere con qualsiasi diluente, e meno che mai con la comprensione. Quei grumi che dalla nascita alla morte, sono il vero patrimonio, la sua vera identità, non la sua condanna.”

 E di grumi di dolore nascosto sotto strati di pelle di vita racconta questa storia, un romanzo che come vuole la scrittrice non deve insegnare niente, ma deve “molestare, molestare chi lo scrive, molestare chi lo legge, schiaffeggiarlo, bastonarlo, ridestarlo.”

 Così davvero è. Alla fine del romanzo ti senti meravigliata e molestata, ma anche ridestata ad una verità forte che è quella che ogni essere umano ha bisogno di conoscere l’amore per poterlo donare.

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