Lucia Maria Collerone e la dislessia

Pensieri a matita

Mi chiamo Lucia, scrivo romanzi e sono dislessica

Il giorno del ricevimento dissero a mio padre che non avrei mai imparato né a leggere né a scrivere. Gli consigliarono di iniziare a cercarmi un buon partito, alla fine ero carina, con i miei grandi occhi scuri e quel visino da bambolina. Di certo non avrebbe faticato a trovarmi un buon marito che, in cambio di un po’ di compagnia, avrebbe mantenuto me ed i miei futuri figli per tutto il resto della vita. Avevo solo 6 anni, mi crollò il mondo addosso.

Nasco il giorno della Domenica delle Palme e prendo il nome delle mie due nonne: Lucia.
Questo non è un semplice nome ma un indirizzo d’azione, Lucia, colei che rischiara l’oscurità, illumina, splende e riempire di luce le stanze buie. È un po’ come un compito o, per lo meno, io me lo sono sempre sentito così.
Quando ho poco più di tre anni, i miei genitori decidono di trasferirsi, dal paesello siciliano in cui vivevamo alla grande e nebbiosa città del nord: Brescia; lì mia mamma avrebbe fatto la maestra. Mio padre non se la sentì di separarsi da lei, radunò la famiglia e la seguì, lasciando a malincuore la sua terra natìa.
E così iniziò la mia vita, una vita come molte ma felice e ricca di emozioni, sempre circondata dalle persone che mi volevano bene.
Unico neo in questa esistenza felice: la scuola.
Il maestro disse a mio padre che non avrei mai imparato a leggere e scrivere, ero monella, non m’impegnavo, lo studio non faceva per me.
Non era vero! Molti anni dopo avrei dato un nome a tutto questo: dislessia.
Per fortuna arrivò lei: la maestra Maria Natoli, un bel giorno mi guardò negli occhi e mi disse che una bimba con quello sguardo vispo e intelligente non poteva non imparare a leggere e scrivere. Me lo insegnò lei. Imparai ad amare la lettura e la narrazione, imparai a scrivere i miei racconti e la mia prima opera fu un quaderno per la Festa della Mamma, pieno delle mie poesie e dei miei racconti d’amore scritti per lei e per la mia famiglia.
Raccontare storie mi è sempre venuto naturale, come disegnare. Andare a scuola è sempre stato faticoso e difficile, la mia dislessia veniva scambiata per sbadataggine, per superficialità, per distrazione, tutti dicevano che avevo sempre la testa tra le nuvole.
Scrivo e mi esprimo bene ma è stata dura, davvero molto dura.
La scuola superiore la scelse mio papà, avrei fatto la maestra.
Perché la maestra? Perché è un lavoro adatto ad una donna che vuole metter su famiglia. E così fu, come ogni brava ragazza nata negli anni ’80, a soli 24 anni mi sposai e dimenticai presto di voler fare la scrittrice.

Per fortuna poi me lo ricordai, eccome se lo ricordai ma questa è un’altra storia.
Magari ne riparleremo tra un po’.

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