L'amore brucia come zolfo

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Salì sulla carrozza preoccupato e teso come una corda di violino. Si sedette al suo posto, ma sul “pizzo” del sedile, come se avesse fretta di scendere.
Erano tempi duri quelli e c’erano cose terribili da affrontare, come gli scioperi degli zolfatari, che si erano riuniti in Società e chiedevano aumenti del salario e migliorie nella loro vita lavorativa. Questa era un’emergenza e lui odiava le emergenze. Voleva una vita tranquilla nelle sue terre, tra le sue cose. A cinquantacinque anni aveva bisogno di pace, solo di pace. Non era come suo padre lui, che aveva accolto le forze rivoluzionarie, aveva invitato Garibaldi nella sua Villa ed era stato uno dei rappresentanti del Consiglio Civico. Un uomo attivo nel gestire il potere.
Non era tutto questo, gli piaceva la vita lineare, ricca, serena, spensierata anche un poco ritirata, ormai. Invece, gli toccava recarsi a Catania per incontrare gli altri proprietari di miniere di zolfo della regione. Si doveva decidere insieme che fare, parlare di fame, di sicurezza nelle miniere, di scioperi e di serrate.
Doveva raggiungere la città, dalla sua residenza nelle campagne e prendere il treno alla stazione che lo avrebbe portato a Catania in cerca di soluzioni, di decisioni.
Aveva già tanti pensieri per la testa. Quel matto di suo figlio Francesco, l’erede, non ne voleva proprio sapere di percorrere il suo stesso cammino. Si stava laureando in ingegneria civile, con calma però e senza fretta. Da quando sua madre era morta, non era neanche più ritornato in Sicilia. Sempre in giro per l’Europa in viaggi di studio o così almeno diceva. E Antonino… una specie di viveur che pensava solo a divertirsi con i suoi soldi. Non gli interessava neanche
proteggere le ricchezze. Le dissipavano senza preoccuparsi di farle aumentare come, invece, aveva fatto lui. Non volevano neanche sentire parlare di matrimoni combinati, che servissero allo scopo di creare maggiori proprietà, ulteriore ricchezza o potere. Niente.
Lui doveva ancora arrabattarsi per mettere a posto le cose. Alla loro età, lui era già un uomo, con la U maiuscola, che gestiva il potere della famiglia, loro invece, erano solo degli smidollati, che non provavano per lui che un blando senso di rispetto, ma non lo temevano e nemmeno lo ascoltavano. Si distrasse dai suoi pensieri perché qualcosa di inatteso li interruppe. La carrozza aveva appena imboccato la strada all’uscita del cancello e non prendeva velocità, anzi sembra va arrestarsi. Si sporse dal finestrino e rabbrividì.
Tre giovani uomini avevano bloccato la strada. Uno di loro si avvicinò e tenne a freno i cavalli. Il più alto si spostò verso lo sportello, seguito da un altro che sembrava sparire dentro l‘abito che indossava.
“Scenda Barone Ferdinando M…” disse una voce imperiosa, ma acerba.
Il Barone tentennò.
“Scenda!” urlò una voce cavernosa che aveva sconfitto quella più docile. Era arrabbiato, si vedeva.
“Scenda ho detto, o la faccio scendere io!” Era un giovane alto e ben messo, vestito con abiti da burgisi. Gli era familiare, ma non sapeva proprio chi diavolo fosse. Non sembrava un solfataro e non si esprimeva in dialetto. Forse era mandato dalla società dei minatori, da quel Denaro che faceva tanto schifio per gli scioperi.
Perché era così infuriato con lui? Neanche sapeva chi fosse. Uscì dalla carrozza. Appena si trovò davanti a lui, i suoi occhi incontrarono quelli del giovane. Un tuffo al cuore, un vuoto, una voragine si aprì nel suo stomaco. Quegli occhi!
“Allora Barone M…mi guardi in faccia e mi dica se lei è mio padre?”
Sua eccellenza vacillò e si appoggiò alla carrozza.
“E poi, guardi anche loro, e lo dica anche a loro se sono figli suoi !”.
Il Barone Ferdinando M. tremò e si rituffò nei profondi occhi verdi di quel giovane uomo adirato. Sentì una morsa al cuore, un piacere sottile, una paura folle. Si infilò in quelle fibre di vetro verde e, cercando appoggio nella carrozza, disse:
“Salvatore, tu sei Salvatore…”

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