CAPITOLO 3

 

Aaron la ricopriva d’attenzioni a volte soffocanti. Lo vedeva spesso intento ad osservarla, la controllava. La spiava teneramente.

A volte si estraniava dalla realtà circostante e sembrava in trance. Gli occhi fissi e immobili e le labbra serrate come i pugni appoggiati sulle ginocchia.

Sembrava ricevere una scossa e quindi, ritornava alla realtà. Allora si alzava e faceva qualcosa di carino per lei.

Da quando stavano insieme era stato vorace nel desiderio di apprendere da lei, ciò che essa sapeva d’informatica e computer.

Aveva letto velocemente, davvero troppo velocemente, tutto quello che lei poteva offrirgli.

Aveva chiesto a lei di insegnargli a usare il PC e lei si era resa conto che era impensabilmente rapido e preciso nell’apprendere.

Bastava fargli vedere una cosa e lui la applicava subito dopo e non la dimenticava più.  Non solo, sembrava ogni volta diventare più puntiglioso nella volontà di conoscere e comprendere.

Era incredibile la mole di dati e teorie e attività pratiche che inglobava, ma ancora più incredibile fu per Miriam rendersi conto che usava i dati per autoistruirsi.

Arrivò a farle domande alle quali anche lei faceva fatica a dare delle risposte e poi, gliele dava lui.

“Ma come diavolo fai? ”

Gli chiese un giorno quando lo vide digitare una serie di calcoli e di risoluzioni matematiche ineccepibili e completamente nuove, per risolvere i problemi di elaborazione di un software, capace di rendere funzionale una centrale telematica satellitare, al quale lei e i suoi collaboratori lavoravano da mesi e che aveva un sacco di problemi.

Era velocissimo nella digitazione, non guardava i tasti, teneva gli occhi puntati allo schermo e sembrava che un fluido opalescente uscisse dallo schermo verso i suoi occhi, che non battevano ciglia.

Era seduto al PC di casa e non si era accorto del suo ingresso.

Si scosse sentendo la sua voce e non rispose per qualche secondo, chiudendo gli occhi, tentennò la testa e la abbassò. Sembrava che stesse per svenire.

Invece una specie un fremito lo percorse da capo a piede e quando rialzò il viso le sorrideva come fanno i bambini colti in flagrante a rubare la marmellata e che cercano di ingraziarsi la mamma facendo la faccia da “più santo di così non si può. Non puoi punirmi, mi ami”.

“Cosa stai facendo con il mio programma? Sono cose delicatissime, non hai il permesso di usarle!” gridò isterica.

“Scusami, ma gli ho dato un’occhiata e ho avuto come un lampo, un insight. Ho capito come risolvere quei problemi. Avevo paura di dimenticare tutto mentre ti aspettavo e allora mi sono fatto una copia e ci ho lavorato sopra. Guarda! L’ultima parola spetta a lei dottore. ”

Le scostò la ciocca di capelli che le rigava la fronte e la baciò.

Trovava sempre il modo di calmarla.

La guardava, la toccava e lei sentiva come una sensazione di benessere che si diffondeva dal centro del suo cuore e aveva solo voglia di ascoltarlo.

“Dai guarda!” La fece sedere davanti allo schermo, le levò il giubbotto e le legò i capelli in una coda lunga e sottile.

Non riusciva nemmeno a capire cosa avesse fatto. C’erano tanti di quei dati!

Alzò gli occhi su di lui, stupita, sconvolta, incredula.

Aaron sorrise e disse ridendo:

“É più facile di quello che pensi, piccolina.” Cominciò a farle vedere le modifiche, a spiegarle con lo stesso tono di voce che può avere la nonna che racconta una sciocchezzuola ai suoi nipotini.

Effettivamente non era un granché quello che aveva fatto, sciocchezze, un colpo di fortuna. Dieci persone, le migliori nel campo che fossero mai esistite ci avevano lavorato per mesi non vedendo la soluzione che per lui era stata evidente, semplicissima.

C’erano altre cose che la stupivano di Aaron.

Quando era venuto ad abitare a casa sua si era portato solo una micro valigia con una mini serie di magliette nere, slip neri, calze nere, un altro vestito, nero e un solo paio di scarpe nere. Man in black lo aveva soprannominato lei.

Però era bellissimo con quel vestito e lui si giustificò dicendo che cominciava una nuova vita e che tutto doveva essere nuovo, che lei d’allora in poi avrebbe scelto con lui il suo nuovo look.

Beveva come una rana e aveva sempre con sé delle bustine tipo té, di un colore giallognolo che usava per fare delle tisane dall’odore nauseabondo, che a lui invece piaceva tantissimo.

Non toccava cibo e le diceva sempre che aveva mangiato a lavoro, a pranzo e che a cena prendeva solo i suoi preparati dietetici a base di proteine e sali.

Ogni tanto tirava fuori dalla sua valigetta delle strane fialette dal contenuto polveroso e le allungava con acqua. Ne mandava giù il contenuto scuro e era scosso da un brivido, di disgusto pensava Miriam. Le prendeva almeno un paio di volte al giorno e, senza che Miriam glielo avesse chiesto, le spiegò che era energetico, il suo energetico, una sorta di potenziatore di energia naturale. Endofarmaco disse per la precisione.

“Vuoi provarlo? Ti sentirai un leone.” le disse avvicinandole il fialoide al naso.

L’odore era raccapricciante e Miriam scostò il viso accentuando la smorfia di profondo schifo che le increspò il viso di rughe.

“Oh, mamma mia! Preferisco rimanere deboluccia. Mi basti tu come superuomo!” In effetti, aveva una forza strabiliante.

Una sera avevano posteggiato una macchinona davanti al loro garage e lui la sollevò, facendo presa sul paraurti posteriore e la spostò di un paio di metri senza il minimo aiuto, con la sola forza delle braccia.

Vista la sua faccia stravolta la circondò tra le sue braccia e disse sollevandola: “Palestra baby, palestra!”

Non sudava. Neanche quando andavano a correre allo stadio. Neanche una goccina, niente. Eppure beveva come un forsennato.

Era spesso fuori per lavoro. Partiva la mattina e rincasava dopo due o tre giorni dicendole che nel posto dove andava il cell non funzionava e che si sarebbe fatto sentire lui. Quando tornava aveva sempre un regalino per lei, qualcosa che aveva comprato pensando a lei. Le buste e gli scontrini dicevano che venivano da città non lontane.

Ketty a volte le chiedeva se non fosse gelosa. D’altronde usciva e lei non sapeva dove andava, né con chi. Questi sospetti non le passavano neanche minimamente per la testa. Aaron era pazzo di lei e non avrebbe mai tradito la sua fiducia. Ketty faceva spallucce e ridacchiava.

“Contenta tu…” aggiungeva e andava via finendo la frase quando la porta era quasi chiusa “io terrei gli occhi aperti.”

Quando lo disse ad Aaron, scoppiò a ridere:

“Ketty vede troppi telefilm, vado a lavorare, non faccio altro, tranquilla.”

Si sentì sciocca e smise di pensarci, anzi, si obbligò a non notare niente di strano anche se ci fosse stato. In pratica non sapeva mai dove fosse, né dove lavorasse, né con chi lavorasse. Di cose insolite ce n’erano, ma sembravano sempre assumere una parvenza di normalità soprattutto se chiedeva spiegazioni ad Aaron, che la trattava come una bambina sciocchina e curiosa.

Una mattina, mentre lei faceva la doccia, lui si radeva. Tra i fumi dell’acqua bollente che le scorreva liquida e benefica sul corpo, vide che si era ferito. Il sangue sgorgava rosso e vischioso dal taglio, ma lui si passò il dito indice sulla ferita un paio di volte e continuò a radersi come se niente fosse. Quando uscì fumante dalla doccia, gli si avvicinò e cercò la ferita sul viso morbido e opalescente appena sbarbato. Non riusciva a scorgere neanche un minimo segno dell’abrasione.

“Non ti eri ferito?” disse alzando le sopracciglia e poi corrugando la fronte come a voler concentrare lo sguardo per trovare le tracce di quello che pensava di avere visto. Per tutta risposta lui le levò l’asciugamano e la infilò sotto la doccia, facendole dimenticare l’episodio, distraendola piacevolmente.

Anche quando si tagliò un dito con il coltello da cucina, mentre affettava il pane, Miriam vide il sangue scorrere dalla lacerazione, lo aiutò addirittura a disinfettarsi, ma l’indomani sera notò che Aaron aveva tolto il cerotto. Gli prese la mano e la guardò. Il taglio era sparito, non c’era traccia alcuna sulla mano. Aaron ritrasse la mano e alzò le spalle schermendosi:

“Non so neanche io che sia successo, saranno le vitamine che prendo oppure le energie che mi sprigioni quando ti avvicini.” Ancora una volta la distrasse e il suo Es fece in modo di rimuovere quella situazione assurda e inconcepibile. Non c’erano macchie da trovare sul suo grande amore, era troppo bello e perfetto.

Aaron era davvero sorprendente per alcune cose, ma lui si scusava dicendo che era davvero un superuomo, che sapeva usare al massimo le sue potenzialità e che era così speciale solo perché aveva incontrato lei. Finì per giustificare ogni stranezza e sentirsene quasi orgogliosa, come se la fonte di tanta grandezza fosse lei. Smise di controllarlo, di capire e si sentì serena, come sollevata da un peso. Non c’era nulla di cui preoccuparsi era tutto perfetto e normale, tutto meravigliosamente e incredibilmente normale.

Parla con me

Mmmm.. io la penso com Ketty. Troppo perfetto, direi surreale, l’uomo dei sogni. Certo che Aaron è proprio strano, ma è più bravo a distrarre piacevolmente che strano e dunque…

Continua a leggere per scoprire che succederà, mancano solo 7 giorni al prossimo sabato.

Photo by National Cancer Institute on Unsplash

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