Eccoci al settimo capitolo…ti sei pers* i primi sei? Cercali nel blog e leggili…

Attent* la storia si fa sempre più dura!

CAPITOLO 7

“Santi sono Miriam.”

“Miriam, sei tu? “disse una voce compiaciuta e sorpresa.

“Santi ho bisogno di te. Mi sta succedendo qualcosa di incredibile, di orrendo. Aiutami!”

Era agitatissima e quasi tartagliava e la sua voce era spaurita, sembrava quasi che belasse.

Non era abituato a sentirla così. Che le era successo?

“Calmati tesoro. Calmati! Dove sei? Sono in aeroporto. Sono appena tornato da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. Aspetto i bagagli. Li ritiro e vengo da te.”

“No, no. Vengo io. Sono sotto casa tua. Torna a casa ora. Ti prego!” disse la donna come in uno stato ipnotico.

“Stai lì, arrivo.”

Arrivò trafelato, scompigliato davanti a casa sua. Aveva chiesto al taxista di fare prestissimo e quello aveva corso come un pazzo, come se al posto delle quattro ruote avesse avuto gli stivali delle sette leghe.

Miriam sembrava sconvolta al telefono. Piangeva. Non aveva mai visto piangere Miriam.

Arrabbiarsi, urlare perfino. Mai piangere. Invece era lì. Miriam era seduta sul gradino del portone, rannicchiata, a testa bassa, con la massa di capelli neri che le spiovevano sulle ginocchia piegate e inguantate nei jeans. Singhiozzava sconvolta, squassata dai singulti.

La fece alzare sostenendola per un braccio e la abbracciò. Era pallidissima. Sembrava istupidita. Non diceva una parola e le lacrime le scendevano copiose dagli occhi.

La sostenne e la resse fino a casa e sentiva le sue lacrime bagnargli la camicia e diventare ghiacciate, schiacciandosi umide, contro la sua pelle. La fece sedere sul divano, dopo averle sfilato il giubbotto, come si fa con i bambini, una manica per volta.

“Siediti. Ti preparo il té. Adesso smetti di piangere e dimmi tutto. Sai che ti aiuterò.” – le sussurrò sottovoce, passandole i palmi aperti sul viso per asciugare le lacrime, per mandarle via per sempre.

Miriam si asciugò il naso con i fazzoletti che gli porse Santi e cominciò a raccontare ogni cosa con una voce piatta e atona, come se stesse dando le notizie al telegiornale. Puntuale, precisa nella descrizione degli avvenimenti, proprio come una giornalista. Sorseggiava il tè, che le scottava le mani, infuocando la tazza che teneva stretta davanti a sé. Fermava il suo racconto solo per permettere a quel liquido benefico di consolarle almeno il palato. Fece una pausa e finalmente tolse gli occhi dal tè e li immerse in quelli scuri e profondi di Santi.

“Santi, la cosa più sconvolgente è che molto probabilmente siamo di nuovo incinte, tutte e cinque e nessuno di noi ha più avuto rapporti. Che succede? Aiutami! Non riesco ad affrontare questa cosa da sola. Mi devi aiutare, ti prego…”

Era sconvolto. La storia che raccontava Miriam aveva i contorni di un romanzo di fantascienza.

Che si fosse bevuta il cervello? No, era pazza, ma non paranoica fino a quel punto. Non tanto da costruirsi una storia così. Pensare in fretta, essere pronto, preciso per lei.  Doveva trovare una risposta, doveva lenire il suo dolore, coccolare la sua dolcezza e scacciare la paura che le intorbidiva lo sguardo. Si scosse dal suo stupore e le si avvicinò accoccolandosi tra le gambe.

Quante volte aveva desiderato di poter stare accanto a lei in quel modo, lì, a casa sua.

Sapeva cosa fare e adesso glielo avrebbe comunicato, lei si sarebbe calmata e forse sarebbe anche riuscito ad aiutarla a superare ogni cosa.

Le tolse i capelli che le si erano appiccicati al viso tra la cipria e le lacrime e disse:

“Sono qui, vedrai risolveremo tutto. Ho già le idee chiare. Intanto vi porto tutte nella casa di campagna di mio nonno. É sperduta tra le colline dell’entroterra ennese. É comoda e adatta ad accogliervi tutte. La puliremo e staremo là. Capiremo che succede, insieme. D’ora in poi non sarai più sola e tutto avrà fine, presto, prestissimo. Impianteremo un laboratorio e ciò che non possiamo avere subito me lo farò prestare da un mio amico per fare gli accertamenti e ci divertiremo. Su dolcezza. Risolveremo tutto e troveremo i tuoi bambini. Adesso faccio le valigie e preparo il PC e il mio laboratorio portatile. Poi, passiamo da te e prenderai ciò che ti serve. Mentre io faccio i preparativi, chiama le altre e dai loro appuntamento al Teatro Massimo fra tre ore. Affitteremo una monovolume e vi porterò all’Albana, è così che si chiama la contrada. Ok? É tutto a posto. Prendi il telefono e chiama.”

Si sentiva sollevata. Santi si prendeva cura di lei. Poteva smettere di sentirsi abbandonata, sola, tradita, derubata.

Eseguì le istruzioni, ubbidiente, silenziosa, grata e riuscì a rassicurare anche le altre ragazze che, come lei, sentirono la sensazione di essere protette e cominciarono a credere che tutto sarebbe andato a posto.

Per tutto il viaggio le donne parlarono fitto fitto, comunicandosi ogni pensiero, ogni cosa che venisse loro in mente, condividendo tutto. Tacevano sul passato come a cancellarlo e facevano piani, congetture, istruivano gli avvenimenti come se stessero organizzando e pianificando uno spettacolo. Mostravano audacia e spregiudicatezza, ma chiunque avrebbe potuto cogliere la sfumatura di profonda inquietudine e insicurezza che rivestiva, come una pellicola, tutto ciò che affermavano.

Alla fine del viaggio sentivano di conoscersi meglio e di formare una squadra. Santi era stato zitto, ad ascoltarle. Si era concentrato nella guida e aveva permesso al suo cervello di fare solo quello. Sapeva che lo attendeva un periodo di grande tensione e lavorio mentale e voleva godersi quella pausa. Le sentiva cicalare, con quelle voci tutte uguali, che distingueva solo dalle inflessioni della dizione. Sentiva i loro ragionamenti e pensò che non era male averle come alleate. Erano argute, intelligenti, intuitive, fin troppo acculturate e, sicuramente, ottimo supporto in una situazione del genere. Sarebbe stato per loro un moderatore, un organizzatore.

Avrebbero potuto cavarsela benissimo senza di lui. Forse però erano emotivamente troppo coinvolte per essere organizzate e se poi, erano come Miriam…Se erano come Miriam avrebbero avuto bisogno di organizzazione e ordine. Sì, sì non c’era dubbio la sua presenza era necessaria.

Questa sensazione lo caricò d’energie e si sentì sereno, come se tutto fosse già filato liscio, come se fosse ormai sicuro che ogni cosa avrebbe avuto un posto in cui essere collocata e in ordine.

Avrebbe dato un cassetto per ogni cosa, e ogni cosa avrebbe avuto un suo cassetto.

Photo by Kendal Percimoney on Unsplash

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