Oh my God! Ma che sta succedendo!!!

Sei pront* a scoprire la verità?

CAPITOLO 6

CAPITOLO 6

 

Era a casa davanti al computer collegato, cercando nella rete un aiuto. Il campanello di casa suonò con quel suono lungo e rauco da accanito fumatore. Dallo spioncino vide una donna che le assomigliava in modo impressionante. Aprì e la guardò interrogativamente sentendo il suo stupore che le sfiorava la pelle, mentre lei le puntava gli occhi addosso.

“Mi chiamo Daria Valente e sono un medico. Sono di Trapani. Aaron ha rubato i miei bambini.” disse con lo sguardo asciutto dalle troppe lacrime versate.

La fece accomodare sul divano e Daria cominciò un racconto identico al suo, con le stesse modalità, tempi e protagonisti, solo sfasato di qualche giorno. Miriam era allibita. Aveva la bocca aperta per lo stupore e la rabbia le montava dal centro dello stomaco. Quel bastardo! Ecco dove andava quando spariva per qualche giorno!

Aveva ragione Ketty! E lei che si era fidata ciecamente di lui.

Squillò il telefono di casa e sentirono la sua voce, registrata sul nastro della segreteria, informare gentilmente del fatto che era fuori e che si sarebbe potuto lasciare un messaggio.

Una voce rotta dal pianto irruppe subito dopo il bip.

“Ho bisogno di parlarle. Sono Lia e sono di Cefalù. Aaron ha preso i miei bambini. Il mio numero è…”

Miriam corse al telefono e alzò la cornetta balbettando:

“Se è uno scherzo non mi piace per niente!” disse a velocità incredibile e a voce altissima guardando Daria che era impietrita, una statua di gesso sul divano morbido dai toni freddi del cielo dei poli.

“Possiamo vederci?” Chiese la voce bagnata.

“Venga al bar in Via Ruggero Settimo vicino al fioraio, vicino a Piazza Politeama. Tra mezz’ora.” rispose Miriam asciutta e irritata.

Le due donne senza parlare si alzarono e Miriam prese giubbotto e borsa, cercava le chiavi dello scooter quando la porta vibrò sotto i colpi concitati di una mano. Aprì di scatto e, davanti a lei, c’era un’altra donna identica a lei e a Daria che la squadrò corrucciata.

“Lei è Miriam Limuti? I miei figli sono statti rapiti da un uomo che mi disse di chiamarsi Aaron. “

Impossibile, incredibile, sconcertante… e quattro. Che c’era ancora da scoprire su quel fetente?

Non la fece neanche accomodare. La invitò a seguirla per parlare e le presentò velocemente Daria. Scesero le scale in silenzio squadrandosi e sorprendendosi per la somiglianza e per l’inconcepibile vicenda che le vedeva protagoniste.

Attaccata alla pulsantiera, una donna schiacciava insistentemente uno dei campanelli dando le spalle al portone. Quando Miriam lo aprì, la donna si girò e sembrò irrigidirsi e perdere la presa sul terreno. Barcollò.

Tre donne, che sembravano le sue gemelle, erano lì davanti a lei e la guardavano esterrefatte.

Miriam le si avvicinò e con un tono inverosimilmente duro le disse:

“Cerca me, non è vero? Aaron, quel maledetto lo ha fatto anche a lei?”

La donna scoppiò a piangere e ripeteva instancabilmente e come una cantilena:

“Perché? Come ho potuto cascarci?”

Tutte e quattro le donne sentirono la stessa paura, la stessa rabbia, la stessa violenza prendere corpo nel dolore di quella donna che cedeva allo sconforto per il senso di perdita che anche loro sentivano.

Salirono tutte sull’auto di Daria e non dissero una parola fino a quando raggiunsero il bar dove per la prima volta Miriam aveva incontrato Aaron. Lì, piegata su di sé come a racchiudere la sua pena, c’era la quinta vittima di Aaron. La quinta “gemella” che, quando alzò lo sguardo e incontrò il loro, quasi svenne.

Miriam iniziò a parlare per prima e raccontò con voce piatta e svogliata la sua storia che era identica a quella delle altre donne e che aveva raccontato talmente tante volte da non sembrarle più che un racconto letto o sentito dire da qualche parte, forse dalla parrucchiera mentre aspettava che la tintura facesse effetto sui suoi capelli.

Stesse modalità, stessi avvenimenti, stesse situazioni, stessi particolari, stesso epilogo.

Ognuna parlò di sé e così scoprirono di essere tutte donne intelligentissime con posti di rilievo nel mondo della cultura e della scienza. Avevano caratteristiche somatiche molto simili, vivevano da sole e avevano notato le stesse anomalie, sia nella persona di Aaron, sia nell’andamento della loro gravidanza.

Era sconvolgente quello che stavano vivendo. Avevano bisogno d’aiuto, questo era evidente.

A chi avrebbero potuto rivolgersi se ormai si era capito che c’era qualcosa di troppo anormale per essere vissuto alla luce del sole?

Se solo avessero sottoposto il caso alla polizia sarebbero finite nelle mani di qualche studioso pazzo, che le avrebbe trattate come cavie da laboratorio per stabilire chissà quale verità inconfessabile.

Il silenzio era calato fra di loro come una coltre di spessa lana e sembrava tutto detto, tutto incredibilmente invivibile, quasi da dimenticare, se non fosse stato che quelli che quel porco aveva portato via i loro bambini. Strani, ma parte di loro.

Nel silenzio totale che le avvolgeva, la voce di Daria, il medico di Trapani, risuonò ancora più pesante e terribile nell’enormità di ciò che diceva, con le lacrime agli occhi.

“C’è di peggio, credo. Ho fatto una visita di controllo ieri dal mio ginecologo, era passato un mese e io sono molto precisa. Poi, Aaron non mi aveva permesso di fare visite, né analisi.” Si fermò, abbassò lo sguardo stropicciando l’angolo della giacca di pelle, come a trovare la forza per dire ciò che doveva e che era così terribilmente enorme da richiedere un supplemento di concentrazione e di fiato per essere pronunciato, per divenire realtà per tutte le persone che sembravano avere il suo stesso destino. Alzò la testa e guardando un punto in alto, come a trovare un centro d’equilibrio, aggiunse con voce tremante:

“Sono incinta. C’è un problema però, non ho avuto rapporti. Con nessuno, da quando ho saputo di essere incinta per la prima volta di Aaron. Astensione assoluta. “

Un macigno piombò sulla testa di quelle giovani donne, che sentirono una mano ghiacciata avvinghiarsi al loro utero e stringerlo fino a farle urlare. Tutte capirono che il destino era comune e che quello che era toccato a Daria poteva essere una realtà anche per loro.

Gli occhi delle cinque donne brancolavano nell’aria scarabocchiandola del loro smarrimento, rendendola così pesante e spessa che ogni suono era attutito e ogni movimento esterno era rallentato.

Daria riprese a parlare, aveva già assorbito quel colpo e sembrava aver più forza delle altre.

“Per questo ti ho cercata,” disse rivolgendosi a Miriam “non credevo di trovare altre nelle mie condizioni, ma dovevo trovarti e capire. Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo sapere, capire e porre rimedio. Adesso il problema non è solo ritrovare i nostri bambini, ma riuscire a comprendere che ci succede e risolvere questa inverosimile situazione. Dobbiamo stare insieme e trovare qualcuno che ci aiuti. Dobbiamo verificare se anche voi siete di nuovo incinte. C’è dell’altro. Aspetto dei gemelli ed è come se fossero già di sei settimane. Cioè ero incinta il giorno stesso in cui ho partorito.”

Non c’erano parole per descrivere la maschera di incredulità e paura che sconvolse il viso delle quattro donne e il relativo rilassarsi delle fattezze di Daria. Finalmente aveva condiviso quell’orrore, finalmente non era sola, ma qualcun altro avrebbe lottato con lei per capire ciò che le accadeva.

“Che facciamo?” Fu la laconica frase che Miriam riuscì a profferire nel vuoto esistenziale che seguì a quelle rivelazioni.

Il silenzio ricadde pesante e visibile come un muro spesso tra la vita reale, sempre uguale, e la confusione che regnava nell’animo di quelle giovani donne. Miriam cercava disperatamente di riorganizzare le idee di mettere ordine nel caos di emozioni che la sconvolgeva. Tutto si stava svolgendo così rapidamente e con delle sfumature così drammatiche, da essere quasi inaccettabile. Lei era protagonista del film d’orrore che stava vedendo, anzi non lo vedeva, lo viveva. Chiuse gli occhi e nella nebbia bruna della sua mente sconvolta, apparve il volto di Santi.

Santi. Santi, solo lui poteva aiutarla. I suoi familiari no, Ketty men che meno. Doveva chiedere aiuto a Santi. Lui e solo lui avrebbe potuto provare ad aiutarla. Lui era bravissimo a fare quadrare ogni cosa.

Sentì i suoi pensieri diventare pesanti e li udì uscire dalle sue labbra con la sua voce. Pensava ad alta voce e quattro visi allo specchio la guardavano con gli occhi spalancati e arrossati:

“Chiederò aiuto al mio ex, Santi, è un biologo molecolare, non mi dirà di no. Adesso ognuno faccia gli accertamenti per stabilire l’eventuale gravidanza, da ginecologi diversi, qui a Palermo, da chi non ci conosce. Stabilitevi in alberghi diversi e aspettate che vi chiami. Devo avere un po’ di tempo per trovare Santi.”

Nessuna delle ragazze fiatò. Non c’era niente da dire o fare se non sperare che questo Santi fosse uno abbastanza palluto da aiutarle. Non avevano alternative e decisero, ognuna per sé, di fidarsi. Si scambiarono i numeri di cellulare per comunicare e creare un ideale filo d’unione che le tenesse legate anche quando si sarebbero dovute allontanare. Si salutarono mestamente e uscirono in fila indiana, separandosi a malincuore.

Miriam andò dalla fidanzata di Luigi, il suo collega, ginecologa, che la visitò subito e le confermò la gravidanza in atto. Si fece promettere il silenzio e se ne andò svuotata e afflitta a prendere un taxi. Era troppo stanca per prestare attenzione al traffico.

Chiese di essere lasciata a un isolato dalla casa di Santi perché aveva bisogno di camminare.

Arrivata davanti al portone prese il cellulare e richiamò il numero tra quelli registrati.

Digitò HONEY e il telefono di Santi prese a vibrargli nella tasca sinistra dei pantaloni.

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