CAPITOLO 5

 

Era trascorsa una settimana, da quando era tornata a casa.

Si sentiva stanca, ma serena.

I bambini, che Aaron si ostinava a chiamare Alfa e Beta, dormivano sempre e si svegliavano solo per succhiare voracemente il suo latte verdognolo che le macchiava tutte le camicie da notte e le magliette e, poi, ricadevano in un sonno letargico.

Meglio! Così poteva riposare; si sentiva spossata e Aaron era sempre più assente. Doveva lavorare. Spariva per giornate intere, a volte per giorni. C’era abituata, lo sapeva, ma quanto le pesava ora. Adesso lui era a casa e le stava preparando una tisana per rilassarla. Squillò il telefono.

“Tesoro è per te… Luigi.” disse Aaron sorridendole.

Luigi, il suo collega del laboratorio di informatica, in facoltà. Non gli aveva mai telefonato a casa. Che succedeva? Prese il cordless che Aaron gli porgeva e si alzò a sedere sul divano.

“Luigi! Cosa succede?… Oddio! Davvero? Ma dai! Non può essere. Chi ha fatto questa sciocchezza. Il pass elettronico… sì certo, l’ho in borsa. Possibile che sia rimasto solo il mio. Va bene vengo. Mezz’ora e sono lì. Sistemiamo tutto e torno dai bambini. Arrivo.”

Cominciò a vestirsi e spiegò ad Aaron che qualcosa aveva mandato fuori fase tutte le schede elettroniche dei pass per attivare la sala computer, dove c’era l’elaboratore di nuova concezione, che studiavano da anni. Volevano provare a vedere se il suo funzionasse.

“Incredibile! Come sia successo è inspiegabile. Vado e torno. Bada ai bambini e chiamami se si svegliano.”

Era la prima volta che si allontanava dai piccoli e si sentiva incredibilmente agitata. Aveva voglia di vedere i suoi colleghi e il laboratorio, ma i bambini, così piccoli. C’era il loro papà con loro, non li stava lasciando soli. Doveva smettere di fare la chioccia iperprotettiva.

Arrivata in facoltà e notò come stranamente non ci fosse confusione in giro, come tutto fosse impensabilmente calmo e uguale alla normalità. Si aspettava un gran trambusto e invece…calma assoluta.  Salì le scale di corsa e sempre di corsa entrò nell’ala dove c’erano i laboratori. Nessuno in giro. Spinse sulla maniglia del laboratorio e pensò che aprendola avrebbe trovato tutti indaffarati a trovare una soluzione e ansiosi di vederla.

Luigi le corse incontro stupito.

“Miri, ma che ci fai qui? I bambini, con chi diavolo li hai lasciati? Stai alla grande, mammina. Che bello vederti, non puoi stare senza di noi eh!”

“Che significa?” chiese sconvolta e arrabbiata. “ti ho parlato al telefono poco fa. Mi hai detto che era successo un casino e che dovevo correre. Ma che cavolo di scherzi fai? Mi hai fatto lasciare i bambini per correre qua e ora fai il “oddio cado dalle nuvole.”  disse d’un fiato concitata e isterica.

“Io non ti ho chiamato, sei impazzita? Chiedi a Chiara, non mi ha mollato un attimo e io non ho usato il telefono.”  disse Luigi corrucciando la fronte e alzando le spalle per rilevare la sua innocenza.

Si girò verso Chiara che le era accanto e lei abbassò la testa assentendo con la bocca aperta e lo sguardo stupito.

“Ah no! Allora sono pazza! Me lo sono sognato! Dio Luigi che scherzo del cavolo! Me la pagherai!” e girandosi al massimo dell’agitazione uscì sbattendo la porta senza permettere quel povero diavolo di replicare.

Arrivò a casa al colmo della rabbia, voleva che Aaron la abbracciasse e la consolasse come solo lui riusciva a fare. Quando entrò a casa, il silenzio le pesò sulla testa come un macigno.

Chiamò Aaron, ma nessuno rispose. Lanciò il cappotto sul divano e si diresse nella stanza dei bambini. Le culle erano vuote, gli armadi aperti e i cassetti svuotati, languivano aperti come bocche vuote. Tutto quello che era dei bambini era stato portato via e anche le poche cose di Aaron erano sparite.

Capì. Il padre dei suoi figli glieli aveva portati via. Perché? Dove?

Si sentì presa da una paura incontrollabile e scappò fuori da casa.  Doveva respirare, svegliarsi. Era solo un sogno. Camminò senza sapere dove andava. Le strade e le persone le sfilavano accanto e cambiavano, svanivano. Come immagini di un film muto, tutto intorno si muoveva velocemente. Si sentiva come quando bambina guardava fuori dal finestrino dell’auto in corsa sull’autostrada e si ubriacava di colori e di immagini in fuga. Nuovi negozi, scenari, visi si avvicendavano alla sua vista e la paura diventava più scura e profonda.

Aiuto. Doveva chiedere aiuto.

Cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola e a chiedere aiuto. Non vedeva niente. Sentiva solo la sua voce che urlava e chiedeva aiuto per i suoi bambini. Qualcuno la stava abbracciando e le chiedeva dolcemente di calmarsi. Sentiva quelle braccia morbide tenerla stretta e avrebbe voluto addormentarsi, accucciarsi e prendere sonno, scacciare l’incubo che aveva vissuto e riprendere a dormire. Si scosse da quel tremore che non la faceva stare in piedi e cercò di concentrarsi per capire cosa stesse succedendo.

Era in un posto di polizia. Una donna poliziotto la teneva stretta e la accarezzava. Era grassoccia e bruna, con un fortissimo accento napoletano.

Si sentì al sicuro.

Si calmò di colpo e come un fiume cominciò a raccontare ciò che le era successo. Tutto dall’inizio, dalla rosa gonfia di colore, dal divanetto stile liberty color verde scuro… Fu precisissima. Sentiva il ticchettio dei tasti del PC, che ricomponeva in minuscoli byte la sua vita sotto lo sguardo stupito e a tratti commiserevole del giovane appuntato.

Fu l’inizio di una serie interminabile di resoconti, narrazioni, racconti, rapporti, interrogatori, interviste. Raccontò la sua storia migliaia di volte a un numero spropositato di persone per trovare qualcuno che la aiutasse. La polizia aveva subito attivato le indagini.

Di Aaron non esisteva traccia né a casa sua, né in Sicilia, né in Italia, né nel mondo. Non esisteva, non era mai esistito. Neanche un’impronta a casa sua, sulle sue cose, su quelle dei bambini. Dei piccini nessuna traccia. Si interessarono tutti gli apparati polizieschi nazionale e l’Interpool.

La radio e la televisione ne diedero notizia e i giornali pubblicarono la notizia a lettere cubitali.

In poco tempo Miriam fu subissata, compressa, annientata dal fiume di parole che la inondarono e dalla marea di chiacchiere e stupidaggini che sommersero la sua vita fino ad allora così pacifica e tranquilla.

Il dolore più grande non si placava mai. Una rabbia sorda contro se stessa e la sua stupidaggine, la sua superficialità nel giudicare Aaron le riportarono alla mente tutti quei particolari inquietanti su di lui che fino ad allora lei aveva tenuto nascosti e giustificato dentro di sé.

Come ho potuto fidarmi, come ho potuto credergli, come non ho usato la mia testa e mi sono fatta soggiogare? Erano le domande che si faceva in continuazione quando si scioglieva in lacrime davanti allo specchio.

Quando sembrava che ormai niente potesse cambiare le cose e quando aveva cominciato a rassegnarsi all’idea che tutto sarebbe stato inesorabilmente lento nel suo svolgersi, successe qualcosa che sottolineò la connotazione di innaturalità e stravaganza che aveva caratterizzato tutta quella storia.

 

Photo by Fa Barboza on Unsplash

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