CAPITOLO 4

 

Scoprì di essere incinta subito.

Era sempre così puntuale e già quei tre giorni di ritardo la misero in allarme.

Ne parlò ad Aaron, davanti all’aperitivo analcolico che le aveva preparato, pieno di ombrellini e con un ti amo di cera che bruciava d’ardore per lei.

“Bene, piccola.” disse con una voce atona “non preoccuparti Aaron è con te.” aggiunse guardandola negli occhi.

Ne rimase quasi offesa. Tutto lì l’entusiasmo, tutta lì la gioia?

Il solito broncio appuntito le spuntò increspandole le labbra e si fece buia.

Non fece in tempo ad assumere l’atteggiamento da grande offesa, che Aaron le si avvicinò saltellando e gridando come un bovaro americano.

La sollevò da terra e la fece girare roteando come una trottola per tutta la casa.

“Sei grande! Non sai quanto sei importante per la mia stirpe. Tu darai al mondo la mia progenie e conquisteremo il mondo, le galassie, l’universo!” era diventato all’improvviso euforico, ma il suo sguardo aveva un che di duro, di ambiguo.

Rideva e Miriam con lui. Si sentiva contagiata da quella esplosione di gioia. Si sentiva esaltata da quel compito così importante di cui quell’uomo eccezionale la investiva.

Cominciò un periodo di grandi trasformazioni nella sua vita. Si sentiva fortissima, piena di energie. Nessun malessere. Solo una gran sete. La sua pelle si faceva sempre più chiara, quasi trasparente, come quella di Aaron. Aveva una gran voglia di stare all’aria aperta e le sue capacità mentali erano esaltate, vertiginosamente potenziate. Le sue capacità mnemoniche erano sconvolgenti e riusciva a leggere così velocemente da dover solo gettare uno sguardo distratto sulla pagina perché ne conoscesse il contenuto nei minimi particolari. I suoi sensi erano sensibilissimi e le sue capacità mentali erano sorprendentemente elastiche. Non si sentiva mai stanca e aveva pochissimo sonno. Era iperattiva e riusciva a fare moltissime cose quasi contemporaneamente. Era perfino super organizzata.

Ketty disse che non era normale, che qualcosa di anomalo si era impossessata di lei e la padroneggiava. Smise quasi di mangiare, si sentiva sazia. Le bastava un bicchiere d’acqua e le tisane di Aaron erano deliziose. Le aveva sempre trovate disgustose e ora invece ne ingurgitava tazzone intere, tutte di un fiato, come rispondendo a un desiderio irrefrenabile. Non sapeva come giustificare questi sconvolgenti cambiamenti e quando condivise ad Aaron le sue preoccupazioni lui l’abbracciò e le disse semplicemente:

“Quando si è incinte gli ormoni possono causare anche avvenimenti più strani nel corpo della donna. Non preoccuparti, piccolina, sei solo un poco incinta.” Anche di questo smise di preoccuparsi e di farci caso.

Aaron aveva ragione era solo un po’incinta, come era successo e succedeva a milioni di donne.

Quando fece la prima ecografia Aaron era accanto a lei e guardava lo schermo impassibile, silenzioso, assorto.

“Due signora, sono due!” disse la dottoressa, spiando la reazione dei due futuri genitori. “dovrà fare tutte queste analisi del sangue e prendere della folina, ma è tutto a posto. Guardi come sono vispi sembrerebbero due maschietti, ma sono ancora troppo piccoli per pronunciarsi. Complimenti …e coraggio.  Andrà tutto bene, dovrà seguire una dieta, per evitare di prendere troppo peso e fare delle analisi mensili per controllare che tutto proceda per il meglio.”

Aaron si irrigidì visibilmente e diventò nervosissimo. Quasi non salutò la dottoressa quando uscirono dall’ambulatorio e non disse una parola finché non furono soli in macchina.

“Non capisco tutte queste cose paranoiche. É un avvenimento naturalissimo e lo trasformano in una malattia. Analisi. Ma se stai da Dio! Ai tempi dei miei nonni, non c’erano analisi, ecografie o diavolerie del genere e mia nonna ha avuto dieci figli a casa con l’aiuto solo di una vicina. Non le capisco queste cose.” sbottò Aaron dimenandosi agitatissimo sul sedile e non riuscendo a infilare la chiave nel cruscotto tanto era nervoso. La sua voce era tagliente quasi stridula.

“Serve per garantire madre e bambino; ai tempi di tua nonna non c’erano questi mezzi e adesso sì. Magari ne farò di meno, ma dovrò farle le analisi e le ecografie e le visite. Sono gemelli, due capisci? E tu sei preoccupato per le analisi! Sei incredibile! Saremo genitori di ben due figli, due. Uno, due.” rispose allibita e irritata Miriam usando le dita per contare. Era paonazza e avrebbe voluto spaccargli la faccia con un bel pugno assestato in mezzo ai suoi bellissimi occhi trasparenti. Lei era incinta, dei suoi figli, lei doveva partorirli, due. E lui era preoccupato e irritato per le analisi e le visite che lei doveva subire! Come si diceva in dialetto? Come ripeteva la nonna sdentata e vecchissima di Ketty? “Iu munnu cipudda e tu chiangi…”

Incrociò le braccia sul ventre, saturo di figli, e tirò fuori un broncio lungo fino al parabrezza.

Non gli avrebbe rivolto più la parola. In eterno! Era una reazione enorme, ma era giustificabile: era incinta, cavolo! I suoi ormoni erano impazziti e lei aveva il diritto di essere isterica.

Aaron si calmò e riacquistò la dolcezza di sempre.

“Scusami, è tutto così nuovo e bello per me. Faremo quanto necessario. I dominatori del mondo stanno arrivando!”

Quella frase fu pronunciata con tanta convinzione che Miriam rabbrividì. Ebbe paura. Di chi? Dei suoi figli?  Di Aaron il padre dei suoi bambini? Paranoia! Fece solo un paio di un’analisi e nemmeno un’ecografia. Succedeva sempre qualcosa che le impediva di fare quanto programmato. La gravidanza andava bene e lei era un drago.  I diavoletti scalciavano allegri e Aaron trovava sempre un modo per giustificare quelle mancanze.

Quando fece le analisi fu Aaron a ritirare i risultati dal laboratorio d’analisi e lei non li vide neanche di striscio.

“Tutto a posto sei perfetta, amore preoccuposo.” disse lui accarezzandole il pancione.

I risultati erano come la Primula Rossa. Introvabili. Quando Miriam li chiedeva ad Aaron sistematicamente lui rispondeva con un tono leggero e una presunta svagatezza:

“Oh scusa! Devo averle lasciate in ufficio. Te le porto domani dolcezza. Aspetta che controllo meglio tra le mie carte.” Apriva la sua nerissima valigetta ventiquattrore di pelle, scartabellava attento tra le sue carte, minutamente scritte accompagnando la ricerca con uno sconsolato movimento dondolante della testa per sottolinearne l’infruttuosità.

“No, non sono qui. Mi dispiace. Ma ti ho già detto che state benissimo, tu e i piccoli. Dai, li porterò domani. Adesso usciamo. Si va a fare compere per i piccoletti.”

Il parto fu prematuro, ma era nella norma, con i gemelli si sa, si corrono questi rischi.

Partirono a notte fonda con le contrazioni espulsive in atto, a tutta velocità per l’ospedale, il più vicino a casa. Ebbero appena il tempo di portarla in sala parto che il primo gemello nacque, seguito a ruota dal suo fratellino. In tutto ci vollero meno di venti minuti.

I due angioletti nacquero di trentasei settimane, ma erano perfetti e non ebbero bisogno neanche di incubatrice. Stavano alla grande. Assomigliavano ad Aaron. Bruni e dagli occhi verdissimi, trasparenti, come la loro pelle. Anche Miriam stava benissimo e si riprese rapidamente.

Allattava i piccini e si accorse che il suo latte aveva una strana colorazione sembrava verdognolo. L’ostetrica le disse che il latte materno era così, tra il bianco, il giallo e il verdognolo. Si rasserenò, anche se il suo era proprio verde. Aaron la convinse a tornare a casa l’indomani mattina, prima che passassero i medici. Voleva accudirla lui e avrebbero chiamato un’ostetrica per lei. Le prospettò tutto con tale allegria che cedette e l’indomani alle otto di mattina firmava l’uscita contro il parere del medico.

Photo by Fallon Michael on Unsplash

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