CAPITOLO 1

Aveva una fretta indiavolata, come sempre.

Perché era sempre maledettamente in ritardo?

Eppure aveva orologi di tutte le forme e le fattezze, sparsi per tutta la casa. Appesi alle pareti, sugli scaffali, perfino in bagno e in cucina.

Infilava saltellando i jeans sulle lunghe gambe abbronzate e contemporaneamente cercava di far scivolare la testa nel buco del maglioncino di cachemire verde muschio. Glielo aveva regalato Ketty, la sua migliore amica, per il suo compleanno. Le piaceva tantissimo, morbido, avvolgente, caldo.

Aveva ancora il collutorio che le sciabordava in bocca e i capelli le si erano annodati intorno ai bottoni della camicia di seta. Li districò quasi strappandoli e li legò con un elastico colorato, una specie di tubo di fili intrecciati che immancabilmente le sarebbe scivolato giù dai capelli troppo sottili e lisci.

Doveva andare in facoltà. Era tardi.

Perché si riduceva sempre a fare tutto di corsa pur alzandosi prestissimo?

Riuscì a fare spuntare la testa dal maglioncino e si infilò in bocca un cornetto intero. Bevve un sorso di succo d’arance fresche, appena spremute, delle sanguigne arance rosse di Sicilia.

Era di nuovo costretta a fare tutto di corsa e non sarebbe riuscita a finire la sua spremuta, come sempre.

Sarebbe rimasta lì, sul tavolo della cucina a perdere il suo concentrato di vitamine, spargendole per l’aria e non nel suo corpo.

Quel benedetto PC la teneva legata a sé come un amante.

Era quello il problema; se alzandosi, la mattina, si sedeva al computer anche solo per dare un’occhiata alla posta, non riusciva più a staccarsene. C’era sempre qualcosa di interessante da leggere, delle risposte da dare, delle ricerche da portare a termine. Quell’ammasso di fili e microcips, grigio e freddo, le rubava il tempo e lei non riusciva a liberarsi da quella schiavitù. Però quanto era importante per il suo lavoro di ricercatrice all’Istituto d’informatica dell’Università!

Era pronta. Uno sguardo fugace nello specchio nell’ingresso, giusto due secondi per spiaccicarsi il rossetto sulle labbra e via, fuori di corsa, per cercare di recuperare il tempo perduto. Sgattaiolò giù dalle scale in punta di piedi per non farsi vedere dalla vicina impicciona che aveva sempre qualcosa da chiederle.

Era fuori, sullo scooter.

Il traffico non la preoccupava, era una saetta spericolata tra le macchine e ci avrebbe impiegato i cinque minuti che la separavano dall’inizio del suo orario di lavoro.

Quando Santi stava con lei, la perseguitava incalzandola di continuo e lei era sempre in orario.

Un biologo molecolare preciso e puntiglioso e con una cosa sempre in testa che faceva alla grande, in verità.

Un brivido d’eccitazione perduta, le percorse, la schiena e quasi si schiantò contro un’auto in sosta.

Perché era finita? Troppo diversi, troppo all’opposto.

Lui perfezionista, micidiale. Lei pasticciona, casinista.

A letto una potenza, fuori del letto un continuo litigare, correggersi, rimbrottarsi, discutere…fare la pace. Quanto le piaceva fare la pace, ma non si può costruire un rapporto solo sul fare la pace.

Non riuscivano ad avere una vita serena e questo non giovava al loro lavoro, al quale, entrambi, tenevano moltissimo.

Si erano separati per necessità, riconoscendo di amarsi e di desiderarsi, ma rendendosi conto di non poter sopportare l’idea di intralciarsi il cammino, di essere un problema per l’altro.

Si erano lasciati baciandosi e senza rancore, come quando ci si saluta per un lungo viaggio, da buoni amici.

Gli mancava il suo puntiglioso perfezionismo e la sua continua ricerca di un ordine, dell’equilibrio.

Stabiliva ogni cosa, era superorganizzato e non sopportava nessun fuori programma.

La vita di Miriam era un continuo fuori programma disorganico e pazzesco.

Santi affermava che sembrava più un’artista che una matematica.

  • Sei inaffidabile, deconcentrata, sbadata, confusionaria e incorreggibile. Mi rendi la vita un inferno. Non mi raccapezzo nella tua confusione e mi sento sempre sull’orlo di una crisi di nervi. –

Le aveva detto baciandola sulla porta di casa, quando andò via.

-Ti amo, se avrai bisogno di me, sai qual è il mio numero di cellulare. –

Si girò e andò via senza voltarsi, trascinandosi dietro la sua valigia rigida, grigio fumo, perfettamente chiusa sui suoi abiti riposti come se fossero appena usciti dalla fabbrica di confezione.

A lei piaceva la sua vita incasinata e senza limiti. Stare dietro a Santi era stato difficile e noioso a volte.

Adorava non sapere mai bene cosa dovesse fare: andare a fare la spesa senza la lista, aprire il frigo e decidere al momento cosa preparare per cena e scegliere il vestito da mettere solo due minuti prima di uscire.

Niente programmi o tabelle di marcia.

Odiava i viaggi organizzati e i cassetti ordinati.

La sua casa era un ammasso di cose che le piacevano, profuse a destra e a sinistra solo perché quello era il posto in cui le aveva appoggiate.

Non aveva un cassetto per ogni cosa e una cosa per ogni cassetto, il suo caos era rasserenante e la faceva sentire a suo agio.

Le piacevano le sorprese e l’inaspettato.

Si buttava a capofitto in ogni cosa che fosse diversa o sconosciuta e l’incomprensibile era una sfida che rendeva l’esperienza vita un’avventura divertente. I cambiamenti poi, anche repentini, la eccitavano.

Da quando Santi non stava più con lei aveva recuperato il suo caos e si sentiva tranquilla.

Aveva provato ad adeguarsi a lui, ma non ci riusciva proprio, finiva sempre col perdere la calma e andare fuori di matto. Una vita semplice e tranquilla, ma incasinata, non chiedeva altro.

Era arrivata al posteggio della facoltà.

Correre, correre.

Guardò l’orologio. Aveva recuperato alla grande, facendo lo zig zag tra le auto e superando a destra e a sinistra e quella via percorsa controsenso le aveva permesso di recuperare tutto il tempo necessario per essere quasi puntuale. Un’ultima corsa e sarebbe arrivata.

Risero tutti quando la videro svolazzare, con il camice aperto, per il corridoio e frenare davanti alla stanza del Prof. che l’aspettava.

Si ricompose, diede una sistemata ai lunghi capelli che le piovevano sulle spalle e tirando il fiato entrò.

Così cominciava il suo lavoro, ogni mattina, ogni santo giorno e continuava fino alle cinque senza fermarsi mai.

Lavorava ai suoi programmi, con i suoi colleghi.

Si infilava in quell’ammasso di dati, immergendosi fino ad essere un tutt’uno con lo schermo.

Le piaceva il lavoro che poteva svolgere in team con i colleghi, ma il rapporto a due con la macchina e il suo procedere matematico, preciso, puntuale, la riempiva d’indicibile frenesia.

Lui, freddo e calcolatore, preciso e logico eppure dipendente da lei, così frivola e disorganica.

La faceva sentire potente. E poi, non c’era da discutere. Niente litigi. Se sbagliavi dovevi solo prendertela con te stessa e trovare l’errore.

Alla fine dell’orario di lavoro, intontita d’astruserie d’ogni sorta, eccitata in ogni sua fibra si alzava dalla sedia imbottita, rossa, baciava delicatamente il monitor del suo computer e andava via, guardandolo allontanarsi da lei.

Doveva farsi forza per lasciarlo.

Proprio quando era il momento di andare via le veniva in mente qualcosa che forse avrebbe potuto risolvere il problema che cercava per tutto il giorno di superare.

Le piaceva il suo lavoro.

Aveva venticinque anni e lavorava per l’università da quando era studentessa modello. Tutti trenta e lode. Tesi sperimentale. Centodieci e menzione di lode.

Vincere il concorso come ricercatrice, uno scherzetto da bambini.

Lavorava come passatempo per una ditta di prodotti multimediali, guadagnava da dio divertendosi un sacco. Creava siti web stravaganti e allegri e questo per lei non era un lavoro, ma un passatempo divertente e inoltre sostanziosamente ben retribuito.

Aveva girato il mondo sia per motivi di studio, che professionali.

Avrebbe potuto vivere in qualunque altro posto del mondo, ma lei voleva stare lì, a Palermo. Adorava quella città così piena di sole e di vita. Monumentale e sincera. Sarebbe rimasta lì per sempre, sarebbe invecchiata lì. C’era tutto ciò che desiderava: il mare, il sole, Via Libertà, via Ruggero Settimo, il Teatro Massimo e la cucina più gustosa e ricca che il mondo conosca.

I suoi genitori abitavano a Roma dove si erano trasferiti per motivi di lavoro del padre, quando lei frequentava il secondo anno d’Università. Non aveva voluto seguirli.

Si era fatta degli amici e stava bene in quella città dove si erano trasferiti quando aveva quattordici anni.

Aveva cambiato tante volte città che non sapeva più da dove veniva e appena era diventata maggiorenne e poteva scegliere, decise di non seguire i suoi, ma di restare lì dove cominciava ad avere delle radici, seppure piccole piccole.

Non aveva fratelli o sorelle e Ketty, la ragazza, sua coetanea, che abitava al piano superiore del palazzo, era un punto di riferimento emotivo al quale non voleva rinunciare.

Quella era la sua città, la sua vita, ora e per sempre. Non avrebbe mai cambiato, mai più.

Non sentiva la mancanza di nulla. Era felice, appagata, serena.

Anche il fatto di non avere un amore, non le pesava più di tanto.

Non si sentiva sola. E poi, con Santi era finita da così poco tempo che sentiva ancora il suo respiro sulla pelle.

Parla con me

Hai incontrato la prima protagonista. Sai tante cose di lei, Miram…come la immagini? La storia si svolgerà a Palermo con la sua bellezza opulente e sontuosa. Lei ha una vita incasinata, è disorganizzata e ritardataria, autonoma e sicura di sè, sono dei bei tratti di personalità non trovi? Sei solo all’inizio di questa storia, dovrai aspettare la prossima settimana, ma nel frattempo puoi condividere i tuoi pensieri e le tue idee su di lei nei commenti. Puoi darmi anche dei consigli se ti va…

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